jueves, 25 de febrero de 2016

L'apparenza inganna

Juan Muñoz. Galería Elvira González. Madrid.
20/01-30/03 2016


La galleria Elvira Gonzalez ospiterà dal 20 gennaio al 30 marzo 2016 alcune delle opere dell'artista Juan Muñoz. Juan Muñoz (1953-2001), artista spagnolo nato a Madrid, si distingue nella sua carriera artistica come scultore e ottiene una fama internazionale, lavorando a contatto con artisti come per esempio Richard Serra a New York. Nel 2000 riceve il Premio Nazionale delle Arti Plastiche e sarà il primo artista spagnolo invitato a lavorare nella Tate Modern di Londra.
La sua opera si caratterizza per la preoccupazione nella ricerca dell'articolazione spaziale, sentimenti come la solitudine, per la quale tratta spesso nelle sue sculture la figura umana, la mancanza di comunicazione e la riflessione sull'identità delle singole persone.
Attraverso il percorso (non troppo chiaro) della mostra nella Galleria Elvira Gonzalez, nella quale non si presentano un gran numero di opere a causa anche dello spazio limitato della galleria stessa, si riesce comunque ad apprezzare e a fruire della qualità e delle tematiche esposte dall'artista, che pur giocando come ben sappiamo con l'articolazione e il concetto spaziale all'interno delle opere stesse, e che le galleriste sono riuscite a mantenere fedelmente al disporre e distribuire le opere nelle diverse piccole sale.
La mostra si compone di opere scultoree, stampe e dipinti, ma le opere più rilevanti sono quelle scultoree, specialità dell'artista. Fin da subito nella loro contemplazione si apprezza la grandissima qualità tecnica con cui l'artista lavora materiali come il bronzo, la resina di poliestere e acciaio che gli permettono di ottenere una cura minuziosa nei dettagli espressivi dei volti e negli indumenti dei personaggi rappresentati. Questa realtà tecnica però si scontra con la realtà dei personaggi, in generale questi non presentano caratterizzazioni che permettono di distinguerli l'uno dall'altro, si tratta per lo più di figure anonime, umili, semplici, che indossano indumenti molto sobri e che presentano dei profili orientali o africani. Nell'opera "Sin título" (2001) i due personaggi apparentemente uguali si specchiano e sorridono. Il sorriso che presentano però è un sorriso finto, quasi forzato, e sembra essere forzato proprio dal secondo uomo che trattiene quello davanti a sé, quasi come se davanti allo specchio si creasse uno spazio di intimità nell'individuo, in cui la sua persona si sdoppia ed esce fuori il suo alter ego che lo obbliga a sorridere, di scegliere un'apparenza felice quando in realtà dietro a quel sorriso c'è tutto all'infuori che felicità. In apparenza felicità, in realtà solitudine.
A tutto ciò ne consegue uno stato di alienazione dell'individuo, completamente chiuso in sè stesso, dissociato dalla realtà. Lo stesso stato di alienazione che presenta l'opera a fianco "Balcón con figura de un chino". Una scultura rappresentante un uomo con tratti orientali realizzata in terracotta situata all'interno di un piccolo recinto di ferro. Lo sguardo del personaggio è perso verso il nulla, ora le forti espressioni dell'opera precedente sono totalmente annullate in un'espressività del volto inesistente, un vero e proprio blocco di terracotta, separato dal pubblico e dal mondo da un recinto di ferro. L'artista, sfruttando anche la spazialità dell'opera, sembra stia montando un palcoscenico di un teatro  in cui ogni personaggio recita una parte. All'inizio non tutto può sembrare chiaro, ma è proprio questo il punto. Non sfruttare l'evidenza dell'apparenza, ma capire attraverso dei piccoli indizi cosa c'è dietro alla maschera di questi personaggi uguali, chi c'è veramente dietro a quei finti sorrisi? Chi c'è dietro allo specchio? Un continuo gioco di rimando tra apparenza e realtà. L'illusione di una vita felice che culmina inevitabilmente, in Two figures one laughing at one hanging, nel dolore, nella fine della vita. Questa volta il nostro alter ego ride di noi. Rappresenta la tragicomicità della vita. Allo spettacolo contribuiscono a creare l'ambientazione dei quadri raffiguranti dei mobiliari (Mobiliario VII, IX, XI), oggetti che rappresentano l'intimità della casa, posti su sfondo nero, decontestualizzati e che presentano posizioni irreali in cui gli oggetti sono in bilico, immagino come tutti noi sul filo della vita.
Al di là dell'apprezzamento dell'opera di Muñoz, la mostra in sè rischia di essere non troppo chiara ai visitatori, per quanto riguarda la rassegna stampa e i nomi delle opere bisogna recarsi alle scrivanie delle galleriste dove si trovano due semplici fogli che ci proporzionano giusto qualche informazione sulla mostra e sull'artista, nulla però è indicato da nessuna parte e le galleriste di certo non hanno aiutato molto data la loro noncuranza del pubblico che vi era nella galleria al momento della mia visita.

Maria Giulia Rinaldi

Juan Muñoz: The "Storyteller".

Juan Muñoz. Galería Elvira González.
Cristina Salcedo Solís

Hace ya algunos años, el fallecido artista madrileño Juan Muñoz -que llevó su arte a las más prestigiosas instituciones del mundo- le comentaba a Paul Schimmel en una entrevista: “A collector once told me that I was a trickster. And I felt that there was nothing wrong with being a trickster. In a way, that’s great”.

Trickster. Tramposo. Embaucador. Que se guarda algo bajo la manga. Muñoz, al cual se le han atribuido las más variopintas etiquetas, estaba, de hecho, de acuerdo con tal afirmación. Si los juegos de manos y las verdades ocultas son lo necesario para merecer tal sobrenombre, es fácil llegar a comprender a aquel coleccionista al contemplar la primera exposición de Juan Muñoz en la céntrica Galería Elvira González.

En la muestra, en la que se mezcla fotografía, pintura y escultura, resalen sin duda las rugosas figuras monocromáticas de resina de poliéster que parecen querer atraparte y que completan las salas, integrando no solo el plano arquitectónico en una perfecta conjunción contenedor-contenido, sino al espectador dentro de la narración. Y se dice narración con conocimiento de causa. Es éste aspecto el que resulta más efectivo y directo y el que, sin duda, define el estilo del escultor, a medio camino entre lo clásico y lo vanguardista. Storyteller, de hecho, es otra de las etiquetas que Muñoz se llevó a la tumba.

Es inevitable no sentirse parte imprescindible de la instalación. Ya no se es un simple espectador al uso. Las figuras que te sonríen y los espejos que te devuelven tu imagen configuran una experiencia artística fascinante, que invita a mirar y continuar mirando, desgranando cada detalle visible e invisible. Observar desde el “grado cero” para que la recepción sea pura y que, como dijo el propio artista “captes que algo no está bien”. Algo no está bien, está vacío. Algo te llama y no sabes qué es. Es una relación momentánea e íntima entre sujeto y objeto que te devuelve la mirada y que convierte a ésta, quizás, en introspección.

Sus figuras, de una belleza inusual e incluso bizarra –algunos de sus ayudantes no querían quedarse acompañando a las esculturas por la noche- conectan a un nivel trascendental con el visitante, acogido por el ambiente casi solemne que su arte proporciona al lugar. Y aquí tenemos otra de las características de Muñoz que la muestra explicita. Es la integración de las figuras con el plano arquitectónico y la activación del mismo -aspecto que valoraba enormemente en artistas como Richard Serra o Robert Smithson- de una manera del todo especial y sugestiva: “The architecture behaves as a backdrop to the figures-diría el artista-it creates a psychological space for the figure that permeates the spectator’s perception”. Percepción que se ajusta o cambia, ya no solo porque las figuras cuelguen de los techos y las paredes y parezcan buscar tu atención, sino por cómo interactúan espacio y escultura, fundiéndose para manifestar un vigor indiscutible de sombras y matices.


El artista, que durante años portó consigo una navaja con la que estableció una relación “casi neurótica” –según sus propias palabras- explora en sus obras no solo la soledad del ser humano, sino la violencia y la ferocidad con la que él mismo convivía, desde una perspectiva casi “teatral” que convierte a sus miedos y sus ideas en armas artísticas de largo alcance. 
JUAN MUÑOZ, GALERÍA ELVIRA GONZÁLEZ DEL 20 DE ENERO DE 2016 AL 30 DE ABRIL DE 2016.
FÁTIMA MORENO DE ALBORÁN DE COMINGES
Esta exposición recoge algunas de las obras de Juan Muñoz, artista ya fallecido que destaca por la expresividad de sus esculturas que en la mayoría de los casos forman grupos muy dinámicos.
La exposición consta de diferentes obras como grandes fotografías y oleos que destacan por la técnica en la que están realizadas, sin embargo lo que mas llama la atención de esta exposición, son sus esculturas. Realizadas en diferentes materiales como resina, bronce o terracota, todas ellas muy expresivas, donde dos de ellas  forman grupos escultóricos, mientras que otras dos están individualizadas, pero todas ellas tienen  una fuerte expresividad y es con  esta expresividad con la que atrapan al espectador.
Los grupos escultóricos juegan con el espectador que se coloca frente a ellas, el primero esta formado por dos personajes sentados en sillas y elevados en la pared de tal forma que les miramos desde abajo, ellos no nos miran, sino que se miran el uno al otro y se ríen, además uno de ellos sobre su mano tiene pequeñas figuras representativas de humanos.
El segundo grupo escultórico, llama más nuestra atención ya que estos dos personajes están de espaldas a nosotros, pero de frente a un espejo, por lo que cuando les miramos, nos vemos reflejados con ellos.
El resto de esculturas de la exposición están individualizadas, junto al grupo escultórico con el espejo en la segunda sala, encontramos una pequeña escultura de terracota dentro de una canasta de hierro colgada de la pared, esta escultura es muy diferente a las además, no solo por su material, terracota,  también por su expresividad, que es prácticamente nula, esta moldeada sutilmente de forma que casi no se diferencian los ojos o la boca.
La cuarta y ultima escultura de la exposición, se encuentra en una tercera sala donde la encontramos en el centro de esta, una escultura en bronce casi de nuestro mismo tamaño, sin pies y con una gran expresividad. Esta a diferencia de las otras nos sonríe y nos mira, además la iluminación acompaña a la figura oscura que parece jugar con su propia mano arrancada y que se agarra a la otra, todo ello nos hace sentirnos un tanto incomodas ante su presencia .
El resto de obras expuestas en la galería, son como ya he comentado dicho oleos y fotografías colocadas en las dos salas primeras junto a los grupos escultóricas. En la primera se encuentran unas fotografías con escaleras que miramos desde arriba, puede que complementen al grupo escultórico de las figuras en las sillas que se encuentran elevadas. En la siguiente sala encontramos dos grandes cuadros de mobiliario, uno con un sofá y una lámpara y otro con una chimenea y sobre esta una silla. Tal vez los cuadros completen a las esculturas como si fueran el mobiliario de las salas y que acompañan a estas.

Juan Muñoz es lo primero que se lee en la pared al pasar las dos grandes puertas de cristal que nos dan acceso a la galería, sin embargo, este es el único texto que nos encontramos, las obras carecen de cartelas con los títulos de estas, ni tampoco se ofrecen folletos explicativos a los visitantes, esto hace que el visitante se encuentre un tanto desconcertado y perdido en un principio, no se entiende bien cual es el objetivo de las obras, sin embargo este desconcierto hace que el espectador pueda concentrarse más en el valor estético de estas que en seguir un discurso dictaminado, lo que hace de esta una exposición diferente y peculiar.

REFLEJOS


Juan Muñoz,  Muestra individual (20 de Enero - 30 de Marzo, 2016) Galería Elvira González (Madrid).
María Bustos Borrego

El espacio de la galería te invita a entrar en escena, caminar por el espacio lentamente y averiguar mediante la observación si el conjunto tiene un significado en su totalidad o se encuentra en cada figura. Podríamos echarle imaginación y creer que mientras pasan transeúntes por la calle, un vecino se asoma al balcón a observar rígidamente el transcurso de la vida, mientras una pareja de hombres comentan la situación cómodamente en sillas “a pie de calle”. La extrañeza de la exposición reside en la atmósfera creada a través de los gestos de comicidad de los personajes.

El uso de la figura humana, de bulto redondo, a escala natural, es un retorno a los orígenes de la escultura tradicional, al igual que el material que emplea en la mayoría de ejemplos: resina y poliéster, lo cual resalta la plasticidad en el resultado y recalca la mano de obra artesanal.

Un análisis psicológico del comportamiento humano a nivel individual como en la pieza Walking with a Glove (2001), con la sonrisa característica que utiliza Juan Muñoz en muchas figuras y que contrasta con la posición del cuerpo y la inquietante mano (globo) que camina con él. Pero también en conjunto, las relaciones de las personas, la interacción con elementos cotidianos como un espejo, Sin título (2001) que trabaja las miradas de las figuras y su reflejo, multiplicando las posibilidades. También la contraposición de sentimientos como puede ser la risa y el dolor, el impacto de ambas figuras, una colgada de su boca y otra desencajada de la risa en el suelo, los títulos son en ocasiones, como en esta ocasión, simplemente sinceros: Two figures one laughinh at one hanging (2000).

Con tanta alienación tecnológica parece que las relaciones y comunicaciones humanas cada vez son más frías. En un primer momento nos cuesta vernos reflejados, pero cuando comienzas a interactuar con el espacio y con las figuras formas parte del momento y de la obra, el espejo sin duda es un gran recurso que ayuda al espectador a conectar con el entorno y la obra, provocando posibles efectos visuales y juegos que siempre ayudan y gustan al visitante. Me gustaría ver comportamientos del público ante estas obras si fueran expuestas en un exterior público y no en el ámbito del museo, considero que la función de interacción que se pretende sería más satisfactoria.

La sensación de la exposición creo que se resume muy bien en las propias palabras del artista: “Quizá mis obras más logradas siempre han tratado de algo diferente a lo que realmente miras. Y esa diferencia, esa referencia, esta imposibilidad de representar lo que intentas describir es una frontera a la que se enfrenta la escultura; el límite al que apunta el objeto. Construyo obras para explicarme las cosas que no entendería de otra manera. Yo quisiera que la obra fuera, en parte, imposible para mí”.


Presiento que uno de sus logros sería convertir  su arte en un alarde para intentar reflejar mediante el exterior de las personas el interior, utiliza la escultura como medio para poder darle una salida física a algo intangible.
INSTANTES
JUAN MUÑOZ (Muestra individual)
Galería Elvira González
20 de enero de 2016 – 30 de marzo de 2016
Marco Torres Romero de Ávila
Dijo una vez Juan Muñoz que lo único que no se podía representar en una obra de arte eran el presente y la muerte. Esta exposición demuestra que, como mínimo, el artista lo intentó con bastante ahínco. Por una parte, tenemos grabados: se trata de escenas sencillas, de una cualidad sobria que podría parecer casi costumbrista por momentos: habitaciones, mobiliario y poco más. No obstante, son piezas que hablan de momentos; instantes cruciales, de peligro e incertidumbre, cuando el cataclismo está a punto de desatarse -y aquí no se trata de grandeza y épica, las mayores catástrofes pueden ser las cotidianas, domésticas, y con frecuencia lo son-. Por supuesto, esta tentativa (captar el instante) no es algo inédito en la historia del arte ni mucho menos, pero es cuanto menos elogiable la valentía de Muñoz para acercarse a conceptos de este tipo desde medios artísticos considerados tradicionales y ortodoxos, así como su destreza a la hora de lograr transmitirlos.
Lo mismo podría decirse de sus esculturas, que en realidad son el plato fuerte de la muestra. Es aquí donde el autor levanta el vuelo verdaderamente, pues se acerca a territorios bastante más inexplorados para el medio escultórico que para manifestaciones artísticas de más reciente aparición (performance, happening). Un ejemplo: cuando Muñoz enfrenta dos de sus figuras (víctimas del habitual ataque de grotesca hilaridad) con un espejo, está abriendo el abanico conceptual de una forma insospechada, y todo mediante una solución extremadamente sencilla y elegante. A nivel tanto artístico como expositivo, el espejito de marras está consiguiendo la ansiada interacción con obra y discurso de la que tanto se habla en sesudos debates del ámbito académico. La fórmula funciona: primero nos resulta chocante, es el shock de encontrarte a ti mismo en medio de un conjunto escultórico; luego viene la inevitable risilla boba que a cualquiera le sale con la situación (y ojo: llegados a este punto estamos convirtiéndonos también en una de esas figuras, aunque no tengamos rasgos asiáticos ni estemos hechos de resina); finalmente, la reflexión. Al menos, para aquel dispuesto a zambullirse un poco en el asunto, claro. El propio espacio y colocación de la obra obligan a colarse y echar un vistazo a través del espejo si se quiere ver algo más, ya que no se puede recorrer en sus 360º.

Caemos en la cuenta de que hemos formado parte momentáneamente de la pieza. Empiezan a golpearnos con toda su fuerza algunas ideas: la alienación que genera la situación; la dualidad entre soledad/colectividad; o ese instante que ha sido, pero ya ha volado. Todos estos son los logros de estas piezas, si bien he querido analizar con algo más de profundidad esta por ser la que (en mi opinión) lo ejemplifica de una manera más certera e intensa. También encontramos a otros dos tipos que, sentados en sendas sillas colgantes, se descojonan alegremente. Otra vez se superponen los instantes del peligro, el real y el metafórico: ese cinismo extremo del que parecen hacer gala podría ocultar una puñalada por la espalda al interlocutor. Pero también es cierto que una de las sillas está más descolgada que la otra y a punto de caer (pura comedia), y que la cabeza del espectador está justo debajo… Como colofón, una fila de personajillos (¿siempre el mismo?) que emergen de la cabeza de una de las figuras, nos remiten a los experimentos con la secuenciación de los días tempranos de la fotografía, o quizá a ese movimiento que querían representar los futuristas. Sea como fuere, Muñoz demuestra que consiguió saltarse los (aparentes) límites naturales de su medio artístico y avanzar nuevos caminos. Presente, atrapado.

CARCAJADAS EN LAS FIGURAS

CARCAJADAS EN LAS FIGURAS

Juan Muñoz - Galería Elvira González (Madrid)

20 de Enero - 30 de Marzo del 2016

Sara Pérez Alcalde

En la galería Elvira González podemos disfrutar de la obra del escultor madrileño Juan Muñoz (1953-2001), un destacado artista en la escultura contemporánea donde recalca el empleo de la figura humana. Aquí encontramos una serie de pinturas y esculturas que datan de la década de los 90, hasta obras del año 2000. Si se tuviese que determinar un periodo, su obra se enmarcaría como una mezcla entre la vanguardia y la escultura clásica, tanto en las figuras individuales como en las grupales. El artista consigue involucrar al espectador en la obra, introduciéndonos en un espacio blanco y pulcro, donde podemos acercarnos cuanto queramos a las figuras. De este modo consigue una unión entre la obra, el espacio y el espectador, empleando una sutil narrativa en sus piezas creadas con bronce y poliéster. Pretende con esta exposición mostrar la soledad e incomunicación de su propia existencia.

Una de las obras está compuesta por dos figuras de hombres chinos, de tamaño algo menor del natural y que se ríen mientras se sitúan ante un espejo. Al pasar por detrás, el espectador puede observarse a él mismo en el espejo junto a estos personajes, y es de este modo como Juan Muñoz consigue su propósito: lograr desubicar al ser humano. De hecho, a pesar de que las figuras expresan carcajadas, no es alegría lo que transmiten, si no más bien confusión. Todas ellas guardan similitud entre ellas, desde el tamaño hasta la semejanza de sus ropajes (largas gabardinas), como si fuesen clones. Es curioso que no todas ellas tienen pies, característica empleada por el artista en algunas de sus anteriores obras. Parece una felicidad forzada, exagerada, donde la figuración, lo teatral y lo narrativo juegan un papel de gran importancia. Algo nos falta después de contemplar estas figuras, y es una explicación, un por qué de esa aparente felicidad y esos diálogos en silencio.

Juan Muñoz juega con el escenario y el espacio arquitectónico, como comprobamos en la obra compuesta por dos figuras cuyos asientos se sostienen en la pared, así como en la figura de terracota que se asoma a una especie de balcón. Su última obra fue Double Blind, la cual presentó pocos meses antes de fallecer.

Pero no todo son esculturas; el artista nos muestra su faceta como grabador, en cuyos trabajos plasma espacios con mobiliario y demás objetos domésticos que forman posiciones improbables, dando la sensación de estar introduciéndonos en un sueño. Guardan cierta similitud con las esculturas a la hora de mostrar esa soledad y esos juegos espaciales en los que también se encuentran las figuras. Nos encontramos pues ante una mezcla de lo real y lo irreal, donde el ilusionismo adquiere un sentido propio. El artista parece querer contar una serie de historias entre estos hombres que se miran, ríen y conversan, como si la propia exposición fuese una obra de teatro en sí misma. Pero por otro lado vemos esa melancolía plasmada en sus pinturas, sin más tonos que el blanco y el negro, donde dentro del conjunto hay un vacío nuevamente teatral. Nos sitúa en la platea y en el escenario, como una especie de espectador invitado a la contemplación.


La exposición logra con estas cinco esculturas, dos pinturas y cuatro grabados, crear un nivel de calidad con las obras más representativas de Juan Muñoz, en su último periodo de creatividad y producción. Ha sabido materializar a través del arte los temas clave que le inquietaban: la soledad, la incomunicación, el espacio y la identidad humanas.


LA FALTA DE COMUNICACIÓN HECHA EMOCION.

GALERIA ELVIRA GONZALEZ, Juan Muñoz, exposición desde el 20 de enero hasta el 30 de marzo de 2016, Madrid.

Tamara Salas Fortes.

Cuando se habla de un artista multidisciplinar o de una exposición multidisciplinar, se hace alusión fundamentalmente o se entiende por norma general un conjunto de obras que acogen varios tipos de representación artística,  que incluyen dibujo, escultura, grabado, pintura esa es la idea que prima hasta que conoces a Juan Muñoz, hasta que su obra atraviesa la retina. En la galería de Elvira González con esta exposición, se presencia el crecimiento del arte contemporáneo, las alas extendidas del arte en su estado más puro. Se trata de un arte que narra, una escultura que apela a la vida, paradoja que algo inerte y estático haga eco del latido humano. Al observar  las esculturas del artista, uno se ve  ante un igual,  el doble de tu existencia,  la representación de un individuo, conjuntos de esculturas que sin contexto ni ambiente generan una situación e invitan a un espacio que ellas mismas crean y en el que conviven. Sin duda alguna, “ two figures, one laughing one hanging” supuso un impacto en mí cercano a la brutalidad, un realismo que es inevitable que cale y traspase, el abandono fue la sensación que hizo que no pudiese mantenerme como  mera espectadora ante la obra. Consiste en la representación escultórica de  una  sociedad que me pertenece, un grito desesperado, una situación bizarra, agónica, desesperante, un hombre colgado, en el suelo un hombre abandonado a lo que parece la locura, ese fino hilo de la cordura al que queremos pertenecer atados pero que tantas veces se desvanece. Es una exposición que alude a lo interdisciplinar y prueba de ello es que es una escultura narrativa, literaria, que  se vale de la  ilusión para contar y narrar, dotando de vida a través de sus representaciones escultóricas a diferentes testimonios.  No hay entorno que cobije a la obra pues es ésta, la que genera un entorno que nos envuelve y nos aloja a los visitantes. ¿Qué es real, qué no es real? Es una fusión entre alma, escultura y espacio, conseguida esta disolución  a través de la figura de observador inicial, pues  en un principio son ajenas y de las que terminas formando parte. Se trata de una realidad vestida de ausencia de  vida, una realidad que es percibida firmemente a través del ojo y que refleja una sociedad.  Un grito a la genialidad, a la manifestación de un artista verdadero, auténtico,  que nunca persiguió ser igual ni parecido a nadie, que cree en la ilusión como vehículo para la representación.  A través de sus obras dió voz a aspectos que reinan en aquellos que habitamos las calles como la incomunicación, el desamparo, la locura, la clausura y el destierro, es probablemente un traslado de la verdadera realidad, de la situación que más existe, la interacción está absolutamente patente en la obra de Juan Muñoz. La indiferencia no es posible ante la exposición, es una absoluta manifestación de lo genuino, que lo hace posible a través de grabados, de esculturas que se presentan  tanto en conjuntos interactuando como de manera individual. En  “raincoat drawing” se aprecia la generación de un espacio lleno de matices, fundamentalmente la soledad del individuo, retratado y captado a través de la fotografía. Es un recorrido a través  de  la  emoción, de sensaciones y de recrear  el individuo que presenta. Se  muestra  entre y ante las mismas esculturas renovaciones en sí mismas de la escultura contemporánea en la que el protagonista es el individuo de manera total y absoluta, significando y suponiendo una referencia de la vanguardia española. Exposición póstuma de un absoluto virtuoso de la narración escultórica.